Brevissima Introduzione: Salve a tutti, utenti! Qui è Junius, il vostro saltuario cantastorie con un nuovo progetto. Una settimana fa, parlando con qualche altro utente, ci chiedevamo: ma come sarebbe una storia isekai a tema Magic? Bene, insomma, sta cosa mi è frullata in testa per giorni, finché due notti fa ho flashato e sono partito, facendone metà in una notte. Quindi vi racconterei questa storia a puntate. Ogni quanto? Ogni quanto riesco, se mi conoscete sapete che sono incostante. Ma a questa storia mi sto appassionando. Spero che vi piacerà! Ora via alla storia!
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Capitolo 1: Match Loss
Vince aveva appena composto un’opera d’arte.
Non che qualcuno al di fuori di lui la avrebbe apprezzata. Certamente non il suo avversario, che ora lo guardava con una mano sulla fronte, nella sua maglietta consumata di Return to Ravnica, ora fradicia di sudore, sperando di pescare non si sa cosa dalla cima del grimorio. Un turno prima, aveva un’espressione ben diversa, un po’ sorridente e un po’ smargiassa, dietro ai suoi due Kavu 5/5 e altre tre bestie di varie dimensioni e nature, convinto di avere Vince in pugno. Ma nessuno aveva mai in pugno Vince, soprattutto quando era in Trono. Tap di due Torri e una Miniera di Urza, Ugin era sceso sul tavolo, quello originale, una monocopia che aveva tenuto come meta-call. Una sola abilità, e aveva spazzato via il tavolo, asimmetricamente. Il Calice del Nulla in campo aveva fatto il resto. Zero possibilità lasciate al caso. Zero speranze. Zero game persi. Arte.
Avrebbe potuto essere gentile, ma essere gentile non vinceva. Il tizio di RTR aveva teso la mano, Vince aveva semplicemente segnato la vittoria sull’app segnapunti.
Il problema era arrivato due partite dopo.
L’avversario si chiamava Marco, lo sapeva perché aveva dovuto chiamarlo al tavolo, ma lo avrebbe dimenticato nel giro di dieci minuti. Poteva avere circa quarant’anni, aveva giocato un po’ quando era all’oratorio, ed era tornato ora perché aveva scaricato Arena. Il peggior tipo di giocatore, pensava Vince. Quelli con quell’aria spensierata da “è un gioco come un altro. Potevo essere a giocare a Monopoli, e invece eccomi qua, a divertirmi con te”.
Puah.
Marco aveva messo giù un mazzo pedine bianco-nero. Aveva quindi abbastanza neuroni da sapere che il grimorio si fa da sessanta carte, ma non a sufficienza da sapere che si trovava nel 2026, e non nel 2012.
Vince lo aveva distrutto a Game 1, ovviamente. Marco aveva annuito sorridendo, e sembrava perfino aver apprezzato la sinergia fra Labirinto di Ugin e Devourer of Destiny. Vince aveva storto il naso. Mai fare complimenti all’avversario. L’avversario è più scarso di te, sempre.
Game 2 si stava avvicinando a un esito simile, con due Thought-Knot Seer che guardavano male due piccole pedine umano, a mano vuota di entrambi i giocatori. Vince aveva in mano una carta Tutto È Polvere, e aveva deciso di lanciarla usando le sue tre terre di Urza. Parecchio overkill forse, ma non voleva sprecare un singolo turno in più in quello squallore.
“Tappo torre…”
“Uso Quartiere Fantasma sulla tua miniera”, era intervenuto l’avversario, “così Torre ti dà solo un mana”.
L’idea di Marco era di spezzare il Trono di Urza in risposta, per impedirgli di attingere tre mana dalla Torre, e due mana dalla Miniera e dalla Centrale energetica.
Idea sbagliata, profondamente sbagliata per chiunque avesse quantomeno letto il libretto di istruzioni semplificate negli ultimi vent’anni. Sbagliata come credere di poter Fulminare un istantaneo o distruggere un giocatore con una Lama del Fato. O usare un Porto di Rishada per tappare una terra che stava generando mana.
Vince glielo aveva spiegato. Una volta. Due volte. Gli aveva fatto un semplice disegno sul perché quella regola avrebbe creato problemi se fosse stata come diceva Marco. Gli aveva mostrato il manuale esteso sul cellulare. Ma Marco, a un qualche punto di ogni spiegazione, si perdeva, e ritornava a quell’errore. Un errore più che di conoscenza, che mostrava qualcosa di malfunzionante nei processi cognitivi sottostanti.
Marco aveva chiamato il judge, un tipetto magro e con la coda rossiccia, che sembrava Jeb di Minecraft. Vince aveva sempre detestato quel gioco, perché non c’era un modo chiaro di finirlo. Potevi continuarlo all’infinito, e non c’era mai una linea del traguardo, o una schermata dei punteggi migliori.
Il suo avversario aveva interrogato Jeb sul regolamento, con quella sua espressione innocente, di uno che vuole sinceramente imparare quel bel giochino divertente, e Vince non aspettava altro che di veder le labbra del suo avversario piegarsi a “O”, la sua testa annuire mentre ammucchiava la sua pila di comuni.
Il judge aveva dato ragione a Vince sulla play.
Il judge gli aveva anche dato match loss per “comportamento antisportivo grave” quando Vince aveva provato ad argomentare che “decerebrato buono solo a giocare precostruiti delle tartarughe ninja” era una valutazione tecnica più che un insulto, poi aveva smesso di sembrare interessato alla conversazione.
Era uscito dal negozio mezz’ora più tardi con una top 16 e una bustina di Bloomburrow.
Bloomburrow.
Il set con i topolini in vestitino e le rane che fanno torte. Quello che aveva passato tre settimane a ignorare attivamente sui social, scorrendo oltre le preview con il pollice della stessa mano che usava per scorrere oltre i video di gatti. Niente contro i gatti. Niente contro le rane, tecnicamente. Ma lui giocava Tron e Amulet da quando aveva sedici anni, e c’era un limite a quanto poteva fingere entusiasmo per un set la cui chase card era probabilmente una terra per Elfi, e che palesemente era stato depotenziato per infilarci dentro quante più leggendarie tricolori potessero starci, nella macchina dei pagliacci che era l’intero formato Commander.
Fuori, anche la pioggia aveva deciso di guastargli la serata. Chiuse la felpa oversize e tirò su il cappuccio quando i suoi capelli erano già fradici. Tanto avrebbe comunque dovuto sistemarli a breve, il suo nero naturale aveva già iniziato a farsi vedere sotto le ciocche tinte di rosso mattone. Si chiese mentre scendeva nel sottopassaggio della stazione, se sotto il cumulo di barattoli di ramen istantaneo nella sua stanza ce ne fosse ancora uno da poter mangiare una volta rientrato. Magari quello al gambero, che non gli piaceva, e magari per questo ne aveva lasciato uno e non avrebbe dovuto scendere al 24ore all’una e mezza di notte per prendere qualcosa. Gli bruciava lo stomaco, fin dalla dannata partita con quel player di Tokens di cui non ricordava il nome. Sarebbero bastati quei punti a mandarlo in finale, e l’altro tipo era un nostalgico di Jund. Praticamente un Bye.
Si asciugò le mani sui pantaloni, e decise di aprire il pacchetto lì.
Tanto, peggio di così…
Tirò la linguetta.
Il dolore si acuì senza preavviso, come un pugno. Si era esteso verso l’alto ora, brutale e immediato, e Vince aveva pensato, con la stessa parte di cervello che in quel momento stava ancora catalogando i suoi errori della giornata, che forse la dieta a base di Monster bianca e pizza surgelata aveva raggiunto il suo limite operativo. Gli era venuto da ridere, ma farlo gli era costato una coltellata rovente nel petto.
Era caduto sui gradini, appena fuori dal sottopassaggio.
Il marciapiede era bagnato e freddo, e la sua prima preoccupazione era stata lo zaino. Le carte, le sleeve, la playmat che costava sessantadue euro. Quelli erano caduti dalle scale, quindi per fortuna erano all’asciutto.
Di alzarsi non se ne parlava nemmeno, mentre il dolore si tirava dietro uno spettro nero che gli riempiva il campo visivo. Ma da terra vide le carte.
La busta di Bloomburrow si era aperta nell’impatto, e le carte stavano galleggiando via nella corrente d’acqua che scorreva verso la grondaia. Le comuni per prime, poi le non comuni. E infine, con una lentezza quasi teatrale, la mitica.
Flubs il Matto.
Che scivolava via verso lo scarico con tutta la dignità di qualcuno che non ha mai capito cosa fosse la dignità.
Vince aveva emesso qualcosa che in condizioni normali sarebbe stato un sogghigno, ma nelle circostanze attuali era il meglio che riusciva a fare.
Tsk. Rara da Commander. Ovviamente.
Poi era diventato tutto nero, e il ramen istantaneo al gusto di gambero era rimasto senza nessuno che lo mangiasse.
Nel mondo che seguiva, non c’era che silenzio.
Il silenzio alla fine di un rumore, quando torna la quiete. Si trovava in piedi, lo sapeva, ma non sentiva niente sotto di sé, né udiva niente. Vedeva solo che si trovava in un mondo, e che qualcosa era alla fine. Una vasta pianura brulla e dalla terra chiara, colline in lontananza, e profili di montagne aldilà. Un’alba o un tramonto. Un intero mondo, che percepiva completamente, fino alle radici più profonde. Reale, grande, e vivo. Quantomeno, lo era stato.
Non riusciva a provare emozione che non fosse rabbia.
Da dentro il suo cuore venne un fuoco, più rovente e grande di quanto potesse contenere dentro di sé. Poi esplose. Si espanse in ogni direzione, simultaneamente, come se il mondo avesse deciso di bruciare e chiamasse a sé le fiamme. Si innalzò in un muro, più alto del cielo, verticale e totale, e si espanse da lui verso l’esterno, a una velocità tale da non lasciare spazio a reazioni.
Lui non si mosse. Non fu per coraggio o per paura, ma perché sapeva che quello era il suo posto. Nell’occhio della fine. Al cuore della rabbia che consumava il mondo.
Le fiamme avevano annientato ogni cosa, il cielo era scuro, come se lo stesso sole fosse stato incenerito, e solo il muro di fuoco si stagliava come spettacolo in ogni direzione. La rabbia balenava in lui come le lingue delle fiamme.
Poi, la parete infuocata di fronte a lui si aprì come un libro, come il Mar Rosso di fronte a Mosé in fuga dall’Egitto, e attraverso essa, in alto nel cielo, apparve una figura. Scintillava di blu, la tonalità del ghiaccio perenne, e portava un cappuccio. Alzò una mano e lo indicò. La sua voce risuonò non nell’aria ma nella testa.
“Ogni cosa. Ogni cosa in questo mondo perfetto. Ogni cosa che valeva la pena proteggere. Non esiste più nulla.”
La rabbia pulsò.
“Per colpa tua.”
La figura rimase a fissarlo, come se avesse tutto il tempo del mondo, perché il mondo non c’era più. E lui non sentiva altro che ira incontrollabile, a ondate, ognuna più forte della precedente. Aprì la bocca, pronto a urlare a mordere a bruciare a tagliare a—
Si svegliò sdraiato con la schiena sull’erba.
Rimase immobile per un po’, a fissare il cielo mentre i suoi occhi si abituavano alla luce. Il dolore al petto era svanito (e quanto era piacevole stare bene!) e anche la rabbia stava lentamente svanendo. Era in sottofondo, come il fade di una canzone.
Si alzò lentamente, con una guizzante richiesta di pietà dalla sua schiena. Intorno a lui solo alberi, un cielo azzurro, e il canto degli uccelli. L’esatto opposto di ciò che aveva appena sognato. Si passò una mano sul viso, con l’energia di chi aveva dormito meno di quattro ore, un’energia che conosceva fin troppo bene.
Una figura incappucciata, luce blu, una voce nella testa.
Sembrava Jace, pensò, e il pensiero fu così assurdo da farlo ridere. Sembrava Jace, e se inizio anche a sognarmele, le carte, forse è davvero ora di tornare in università. E magari reintegrare qualche verdura nella dieta.
Decise di non pensarci più, o almeno di provarci. Si scosse le foglie dalla felpa e si guardò attorno.
Bosco, in ogni direzione. Certo non era il sottopassaggio della stazione, dove era… Svenuto? Morto? Allucinato per rabbia o fame? L’erba non era stata, non la toccava prima dei tornei: era una play subottimale. Né era al pronto soccorso, che poteva essere comprensibile. Ma neppure era il parchetto del suo paese: non vedeva piccioni, né sentiva il loro battito d’ali che li faceva sembrare dei robot.
Alberi alti come palazzi, luce dall’alto, fin troppa per la sua pelle pallida. Funghi e muschio. Era dalle elementari che non si trovava in un posto così.
“No”, disse a voce alta. Era stato un riflesso involontario, e non aveva un reale significato. Il suo cervello era allenato al massimo per costruirsi un modello della situazione corrente a partire dalle informazioni disponibili. Ma qui non ne aveva, se non di completamente sconnesse, e non poteva che rifiutarsi di procedere.
Dolore, caduta, fuoco, bosco.
Fu mentre considerava la sua situazione che si accorse del sistema. Lo notò con la coda dell’occhio, come se fosse sempre stato lì, ma se lo si potesse vedere solo volendolo. Era una struttura, un’interfaccia, nella sua testa e nei suoi occhi. Poteva essere un HUD di un videogioco, ma di così reali non ce ne potevano essere. Se fosse esistito, lui lo avrebbe saputo.
Muoversi nell’interfaccia era semplice come pensare di farlo, come muovere le dita. Aveva un inventario, e in esso, carte, catalogate per tipo e colore. Una nuova versione di Arena? Nah, la Wizards non si sarebbe impegnata tanto. aveva risorse, oggetti, con una descrizione, una sintassi che ricordava bene. Costi e keyword. Erano, si rese conto, le carte del pacchetto che aveva aperto prima di… Le abilità non corrispondevano perfettamente a quelle di Magic, sembravano adattate per un gioco in tempo reale.
Un gioco.
Tanto bastava. Non era un problema essere in un mondo diverso, non era particolarmente affezionato a quello di prima. I suoi genitori avevano messo bene in chiaro che non lo volevano più vedere, e per quanto riguarda gli amici… Se doveva per forza passarsi una mano sulla coscienza, doveva ammettere che non era la più facile delle persone. Forse non era stato l’approccio migliore alla vita, ma a quel punto non importava. Importava solo che aveva davanti un nuovo inizio, in grafica stellare e quanti fps i suoi occhi potessero elaborare. Se era un aldilà, non che lo credesse vero, poteva quantomeno accettarlo.
Premette l’icona di una carta artefatto, l’Arco Corto di Bloomburrow. Un istante dopo, se lo trovò fra le mani. Era leggero e maneggevole, e gli era perfino apparsa una faretra piena sulle spalle. Solo a quel punto si rese conto che non aveva mai tirato d’arco in vita sua. Neppure tenuto in mano uno. Però non gli sembrava una situazione strana, e per qualche ragione sapeva che se gli fosse servito, avrebbe potuto scagliare una freccia con relativa efficacia.
Non male per un RPG di Magic.
Aveva anche una barra per il mana, anche se sembrava piuttosto corta. Vide inoltre che alcune carte che aveva nell’inventario, quattro per la precisione, erano grigie e bloccate da un lucchetto. Una di esse, ricordava essere un topino, uno di quelli fastidiosi in Standard. In effetti, fra le carte a sua disposizione, vedeva solo istantanei, stregonerie e artefatti, e poi—
“Finalmente. Buongiorno!”
Si girò di scatto. La creatura era seduta su un sasso alle sue spalle. Giurava di aver già guardato lì poco prima e di non aver visto nulla. Ma era andato abbastanza oltre il farsi domande così basilari.
Era alta circa quaranta centimetri, con occhi tondi color ambra, grandi come monete, la pelle verde e zampe palmate. Indossava un abito di seta, elegante ma decisamente vecchio, blu a motivi fiorati. Su una spalla teneva un bastone con legato un borsello, mentre con l’altra mano teneva un grande fiore bianco, con cui sembrava ripararsi dal sole. Sulla testa aveva un minuscolo cappellino su cui svettava una piumetta rossa. Lo stava guardando con l’espressione soddisfatta di chi aspettava da un po’ ma non aveva fretta.
Lui la guardò.
La creatura lo guardò.
Non era un animale, non nel senso che generalmente intendeva. La postura era sbagliata, la testa inclinata in un modo che suggeriva comprensione attiva. E aveva detto finalmente, che era una parola con un contenuto semantico preciso.
“Cosa sei”, chiese alla creatura.
“Cosa, è una domanda un po’ generica, mio buon signore. Un viandante. Una rana. Un essere multicellulare eucariota senziente, mi è stato spiegato una volta. Mi chiamo Flubs, se è quello che vuoi sapere”.
Lo fissò per un momento.
“Flubs”, ripeté.
“Sì”, confermò Flubs. Poi indicò qualcosa dietro di lui con una zampa. “Hai visto quei fiori? Sono arrivato seguendo quei fiori. Non sapevo dove portassero, ma erano molto belli. E poi c’eri tu, che te ne stavi a fare una pennichella sul mazzetto più bello”.
Il ragazzo guardò sotto di sé, e vide che in effetti aveva lasciato un’impronta a forma di corpo umano su dei fiori viola e gialli. Fece un passo di lato.
“Chiedo scusa”, disse, incerto su cos’altro rispondere a una rana senziente.
“Oh, nessun problema, nessun problema! Lascia solo che ne colga uno.”
Mentre la rana si chinava sul prato, lui aprì il suo menù, e vide che in effetti, in una finestra intitolata ‘Permanenti Leggendari’, si trovava la carta Flubs il Matto. Tre mana per una rana. Abilità illeggibili in questa modalità. Era decisamente la stupida mitica da commander che aveva sbustato la notte precedente. Ma ora era lì, davanti a lui.
“Senti, tu”, chiese al buffo essere, “Dov’è che ci troviamo?”
La creatura rise: “Non lo so! Non è fantastico? Così tanto da scoprire…”
Il ragazzo sogghignò. Già. Che divertimento… Un meta sconosciuto insomma. Non un grande inizio torneo.
“Dove sei diretto, mio buon signore?”, chiese Flubs.
“In un villaggio, direi. O qualsiasi cosa di simile ci sia qui intorno. Ho una campana nell’inventario, di solito trova una carta terra, qui mi sembra di leggere che invece aiuta a trovare un luogo nelle vicinanze”, lesse lui nel suo sistema.
La rana era già scattata in piedi (zampe?) e aveva infilato con delicata agilità i fiori nel borsello. “Allora è deciso”, esclamò, “è con te che devo venire!”
Lui fu sul punto di dire di no, ma pensò che una creatura in campo è generalmente meglio di zero. Quantomeno per chumpbloccare.
“D’accordo. Ma non fare chiasso”.
“Nossignore! Certamente! Ebbene, se posso chiedere, qual è il tuo nome?”
Il ragazzo non lo sentì, stava pensando ad altro. Forse era un pensiero stupido a quel punto, ma lo tormentava da quando aveva visto la carta nell’interfaccia, e forse ancora prima, da quando galleggiava via nella grondaia della stazione: “Tu sei una carta promo”.
Flubs lo guardò, gli occhi a palla ancor più aperti: “Questo è un complimento, mio buon signore?”
“No! Cioè, sì, in generale è una cosa buona. Una buy-a-box, significa che ne viene data una per box. Aumenta il numero di copie rispetto alle altre mitiche. Ha rovinato le cose qualche volta, come con Nexus of Fate, ma di solito non è male. In ogni caso, il problema è che la tua carta non è una mitica normale. Non avresti dovuto essere nel pacchetto”, concluse lui.
La rana annuì, come se stesse effettivamente capendo. “Quindi è una cosa come l’essere eucariota. Mi dispiace, non so bene cosa intendi. Però posso dirti questo. A volte non so bene dove arrivo, o come. Ma quando ci arrivo so per certo che dovevo essere lì”.
Il ragazzo annuì, anche lui come se avesse capito. Che poteva fare a quel punto? Meglio prendere tempo, acquisire dettagli, e ottimizzare le giocate una volta prese più carte in mano.
“Dunque, come ti chiami, se posso chiedere? Se viaggiamo insieme sarà meglio saperlo”, ripeté la domanda la rana.
Come si chiamava? Era la seconda volta nella sua vita che gli capitava un momento del genere, e stavolta non si trovava sotto le luci al neon di un ufficio comunale. Stavolta sentiva di essere libero per davvero. Non esitò.
“Spike. Mi chiamo Spike”, rispose.
“Granpiacere Spike. E sommaconoscenza”.
“Ehm… Sommopiacere anche a te”.
“Bene, se mi viene data tale confidenza faccio strada allora!” Flubs si fece avanti trotterellando e indicò verso un cumulo di rocce in lontananza: “Dobbiamo andare di là!”, poi corse indietro, e puntò a un albero più grande di quelli circostanti: "Però di là il sentiero mi piace di più! Andiamo lì!
Spike si mise l’arco sulle spalle, e prese la campana di Acquifonte. “Dovremmo usare questa, è più efficiente.”
La rana sorrise, la sua bocca da un occhio all’altro: “Ma un viaggio senza belle strade è solo un trasporto”.
Spike sospirò. Portarsi dietro quell’entità sembrava un bel fastidio. Però questo sistema, quel nuovo mondo… Si prospettava un gioco divertente, che gioco fosse o no. E per una volta, Spike non sentiva quella solita noia di fondo. Avrebbe vinto, in un modo o nell’altro, una volta capite le regole. Una volta trovata la strada.
“Va bene Flubs, fai strada tu. Per un’ora. Poi usiamo la campana”.
“Ma certo, mio caro Spike! Di qui! No, di là! Sì, ne sono certo! Seguimi!”